skeleton leaf

"NON RIDERÒ PIÙ" - by Anjia

I

Vorrei che piovesse, vorrei che piovesse a dirotto, che la pioggia scendesse giù a martellarmi il corpo con gocce pesanti di quelle che ti ammaccano le ossa, e invece c’è questo maledetto sole luminoso che nn riesce a scaldarmi, e x quanto mi sforzi di capirlo…nn trovo alcun senso x cui ci sia, allora tanto vale che piova.
Da quanto sono qui immobile? Mezz’ora? Un ora? Nn lo so, nn so + niente, ho perso la cognizione del tempo e credo anche la sensibilità agli arti, ho freddo, nn credevo che in Italia a febbraio potesse fare tanto freddo, l’aria che dovrebbe essere tiepida x via della primavera alle porte, è gelata, soffia piano, ma scivola sulla neve dei + alti picchi innevati e arriva a baciarmi il volto con labbra di ghiaccio tagliandomi...ferendomi, nn sarebbe meglio della pioggia?
Vorrei andarmene da qui, tanto restare nn serve a niente, eppure nn ci riesco, xkè se restare nn ha senso, nn lo ha nemmeno andarsene, nn ha + senso niente, qualunque cosa io faccia nn ha + senso, eppure tre mesi fa nn ero così, tre mesi fa ero felice, anzi no, ero ignorante, xkè nn sapevo di essere infelice e allora a modo mio ero felice, poi la felicità l’ho conosciuta da vicino e allora ho sofferto la sofferenza + grande del mondo.
Chi lo avrebbe mai detto che quel giorno sarebbe successo? Ricordo tutto alla perfezione, come se lo avessi vissuto ieri, ma allora nn ci feci caso, era una di quelle cose all’apparenza insignificante a cui nn dai importanza, chi l’avrebbe detto che mi avrebbe cambiato la vita.

9 novembre 2005

Quel giorno avevamo un concerto a Milano, una delle poche date italiane, nn xkè ci trovassimo male a suonare lì, tutt’altro, la gente è calorosa e ti fa sentire bene, credo sia solo x un fatto di mercato
Tutto andò liscio, quella sera ci siamo proprio divertiti da morire, e in fin dei conti l’intera giornata era stata piacevole, feci il classico shopping, un giretto x la città, una pizza al ristorante, insomma, il solito, ho avuto a che fare persino con le solite avance a sfondo sessuale, cosa che se pur seccante oramai nn mi turba +, ciò che mi turbò invece, avvenne dopo il concerto, all’uscita.
Mi ricordo che nn era troppo freddo, io giravo con una mogliettina di cotone leggero, in Finlandia sono abituato a temperature ben + rigide, c’erano dei fans, nn molti xkè la maggior parte si era avventurata nella parte posteriore del locale, noi invece siamo usciti da quella principale…è + sicuro xkè nn se lo aspetta nessuno, speravo sinceramente di passare inosservato, e che si concentrassero su Eero che dava lezioni di yoga, io sgattaiolai via con Aki e credevo
sinceramente di essere riuscito a salvarmi anche quella volta, ma una ragazza ci notò e corse da noi, ci fermò senza troppi convenevoli e ci chiese una foto, pensai che era molto carina, un tipo normale, ma carina, capelli cortissimi e castani e occhi di un colore che ricordava il grigio verde degli ulivi, dissi di si, nn che la cosa mi entusiasmasse, io ho sempre odiato fare foto, ma nn potevo deludere una fan, e così gli passai un braccio intorno al collo,
strano a dirsi, ma si, era + bassa di me, e aspettai che la sua amica ci immortalasse con uno scatto, aspettai invano, xkè nn ci fù alcuna foto, la ragazza che abbracciavo bloccò l’amica con un gesto brusco del braccio e ponendo la mano in segno di stop
-nn scattare – disse – nn la voglio questa foto
Nn capivo, che diavolo gli prendeva? Anche l’amica parve sorpresa, e nn sono certo di quello che le disse xkè lo fece in Italiano, ma si intuiva che gli chiedesse il perché, lei nn rispose, mi guardò con i suoi occhi enormi accentuati nel colore e nella forma da profondi segni rossi tutti intorno
-nn voglio l’elemosina – mi informò – ma una foto, e nn ne farò nessuna con te che sei imbronciato, nn voglio questo ricordo, nn me ne faccio niente
Se ne andò via senza che mi avesse dato il tempo di capire niente, avvolta nel lungo cappotto nero che la faceva sembrare ancora + minuta, l’unica cosa che ebbi il tempo di fare, fù mandarla a cagare tra me e me + e + volte x tutta la notte.

II

La rincontrai x caso il giorno dopo all’aeroporto, il caso, il destino, il disegno divino della tua vita, probabilmente è vero che tutto ha un senso, e che tutto succede x un motivo.
La riconobbi anche se era di spalle, portava lo stesso cappotto lungo che la copriva fino a quasi le caviglie, gli cadde dalle mani lo zaino e si chinò x raccoglierlo, io gli fui vicino in un attimo
-se vuoi te lo porto io, sembra pesante
Lei mi guardò, nn so bene in che modo, ne stupita ne arrabbiata, un espressione indecifrabile quasi vuota, aveva gli occhi arrossati e le guance segnate dalle lacrime, mi sono sentito la persona + sporca del mondo, passare tutta la notte a insultarla nella mia mente mi aveva solo fatto perdere di vista il punto che era stata lei quella a rimanerci veramente male e nn io, era lei quella ferita e nn io
-nn montarti la testa – disse sulla difensiva come se avesse potuto leggere i miei pensieri – nn è x te che stò piangendo
-e allora x chi?
Lei ignorò la domanda e mi porse lo zaino – nn hai detto che me lo avresti portato tu?
Io lo presi senza fare domande e la seguii
-dove vai? – mi chiese
-mi sono preso qualche giorno di vacanza…andrò a vedere Roma
-hai il mio stesso aereo – constatò – faremo il viaggio insieme
Era fredda e distaccata, mi chiedevo se fosse ancora x la storia della foto – sai x ieri sera……. – tentai di giustificarmi, ma lei nn me lo permise
-nn voglio sapere niente, è andata come doveva andare
-se vuoi possiamo farla adesso la foto – proposi
-nn la voglio – rispose secca mentre il suo volto si riempiva di un sorriso amaro
Continuavo a sentirmi sempre peggio, sempre + sporco, quante foto avevo fatto con le fan senza che avessi abbozzato nemmeno uno schifo di sorriso? E quante riguardando quelle foto avrebbero voluto strapparla offese dal mio atteggiamento scostante?
Mi destò dai miei pensieri chiedendomi:
-sarai solo a Roma?
-si sarò solo
-allora passerai un po’ di tempo con me?
Ero un po’ stupito da questa proposta e lasciai passare qualche secondo prima di rispondere, nn mi era molto chiaro il suo atteggiamento…sembrava che mi odiasse, xò voleva passare del tempo con me, temevo quasi di sbagliare la risposta, temevo di ferirla ancora
-se ti fa piacere - accordai
-avrai bisogno di una guida, ti farò da cicerone, Roma è bella e grande, ma se hai poco tempo è meglio girarla con qualcuno che la conosca bene
Io annuii mentre mi riprendeva lo zaino dalle mani
-questo è il mio posto – disse
Il mio era 3 file + avanti, la guardai sedersi e tirare fuori dalla borsa il lettore CD
-come ti chiami? – le chiesi
-Viola
Per tutto il viaggio, 45 minuti o poco +, pensai al suo nome, me lo ricordo ancora adesso tutto quello che mi passò x la mente, “Viola” era strano il suo nome, xkè era quello di un fiore delicato che nasce a primavera tra i boschi e i muschi, baciato da appena qualche raggio di sole fievole che attraversava i rami delle querce secolari e che viene scosso da un debole vento, tutto con moderazione e delicatezza x nn rovinare i petali sottili, xò era anche il colore x eccellenza della morte, una piccola e fragile violetta di campagna che cresceva davanti una vecchia lapide di marmo abbandonata e ricoperta da edera verde e rossa.

III

Ho appena guardato l’orologio, sono le 15.00, questo vuol dire che sono qui da tanto, ho saltato anche il pranzo, xò è strano, nn ho fame, forse dovrei andarmene, tanto restare qui nn ha senso, ma nn posso farci niente, i ricordi riaffiorano e io nn riesco a mandarli via…
Avevo deciso di rimanere a Roma x 20 giorni, ne erano passati già 15 e li avevo trascorsi tutti con lei dalla mattina alla sera…sempre insieme, ed ero arrivato al punto che la sua presenza mi era talmente familiare da nn immaginarmi senza.
Nn so dire con esattezza quando successe, forse la sera stessa del concerto, o il giorno dopo all’aeroporto, o quello dopo ancora, fatto stà che l’amavo, e nn aveva senso, perché la conoscevo da talmente poco tempo che nn sembrava possibile, eppure l’amavo, amavo lei, i suoi occhi perennemente tristi e quel sorriso che riusciva a demolire tutte le mie difese.
La baciai x la 1° volta tra i ruderi di Ostia, tra i muri diroccati dell’antica città Romana, una sensazione fortissima da nn riuscire a descriverla, e avrei voluto che quel momento…quei giorni con lei, nn finissero mai
-ti piace il mare d’inverno? – mi chiese
Io risposi di si…ancora ricordo l’odore, ma xkè è tutto cosi maledettamente vivo?
Passeggiammo lungo la spiaggia deserta, tirava un po’ di vento quel giorno ed era freddo, il mare alzava delle onde forti che si frantumavano sulle rocce del porto, cerano un po’ di nuvole, nell’aria si sentiva il profumo della pioggia in lontananza cadere e mischiarsi alla salsedine, Viola mi prese x mano e mi trascinò via correndo
-vieni sbrigati o ci bagneremo come pulcini…sta x piovere
Arrivammo fino ad una spiaggia con gli ombrelloni chiusi e le frange che danzavano al vento, d’estate sarebbero stati tutti aperti, e intorno i bambini avrebbero corso con in mano i secchielli buttando sabbia addosso a quelli che magari cercavano di dormire un po’ sdraiati sotto il sole cocente, d’estate ci sarebbe stata di certo una gran confusione, ma x ora nn c’era nessuno, nessuno tranne noi.
Ci rifugiammo in uno degli stanzini dove tenevano le sdraio rotte, la porta sbatteva x il vento, ma noi la fermammo puntandoci contro alcuni ruderi con la stoffa lacera di un rosso sbiadito dal tempo, fuori si scatenò l’inferno, sentivamo battere la pioggia sulle tavole delle pareti e il freddo di novembre ci gelava il respiro, ma quella sensazione di freddo mi ricordo che durò poco, pochissimo, la baciai, l’accarezzai e dun tratto il vento nn faceva + alcun rumore, e la pioggia nn si sentì + battere sul legno marcito della capanna, anche se sapevo che la tempesta fuori c’era, io nn la sentivo +, esclusi tutto ciò che nn era lei e ricordo solo il rumore dei nostri ansimi, dei nostri corpi nudi distesi su una vecchia coperta mentre si muovevano insieme attaccati l’uno all’altro, ricordo le sue mani esplorarmi in ogni centimetro, e ricordo i suoi baci, se mi passo la lingua sulle labbra posso ancora sentire il suo sapore, mi chiese di essere delicato xkè x lei era la prima volta……io ero il suo primo amore, il primo che l’avrebbe amata.
Potrei descrivere le sensazioni che provai quel momento tanto dettagliatamente da far sembrare a chiunque di viverle assieme a me, potrei persino descrivere quale suono avesse il suo respiro e il numero preciso di tutti i brividi che le sue carezze mi davano, potrei….ma nn lo racconterò mai a nessuno, sarò egoista ma voglio tenerlo solo x me, ho paura che se lo dicessi a qualcuno perderei poi tutti gli odori e i sapori di quel giorno e x quanto mi faccia soffrire ricordare, lo preferisco, piuttosto che dimenticare preferisco tormentarmi e soffrire.
Fuori c’erano ancora nuvole pesanti e cariche di acqua, ma x il momento aveva smesso di piovere, uscimmo abbracciati e felici x aver condiviso un momento tanto intimo e meraviglioso, io nn gli chiesi mai x quale motivo aveva scelto proprio me, ma lo fece, mi scelse, e a me nn serviva di sapere altro
-ti amo – le dissi, era la prima volta che lo dicevo a qualcuno, aspettai che lei mi rispondesse, che mi dicesse qualunque cosa, ma restò in silenzio, allora la guardai, aveva lo sguardo rivolto a terra, e nn camminava +
-nn sei obbligata a provare la stessa cosa x me – la tranquillizzai
Sentivo il suo corpo tremare sotto il mio abbraccio, lentamente alzò la testa, era pallida in volto e gli occhi erano cerchiati
-portami all’ospedale – sussurrò…poi si accasciò al suolo.

IV

Quel giorno all’ospedale mi dissero che aveva la leucemia, e io ho creduto di impazzire, sarebbe vissuta al massimo un altro mese….cosa me ne facevo di un misero mese? Mi rifiutai di crederci
-deve esserci una cura – le dissi con il tono disperato di chi nn vuole accettare la verità – un trapianto di midollo……la kemioterapia, qualunque cosa maledizione!!!!
-nn ci sarà alcuna cura – mi rispose con un filo di voce mentre il sangue della flebo gli scendeva a gocce lente – stò aspettando di morire
-non puoi rassegnarti – piansi, sentivo le lacrime precipitarmi dagli occhi, ingombranti e dolorose – nn posso perderti….ci sono ancora tante cose che voglio fare con te
-mi dispiace…sono stata egoista
La guardai perplesso
-ti ho usato, ho voluto vivere un sogno e nn mi sono chiesta cosa ti avrei fatto…mi dispiace perdonami – una lacrima piccola e fugace gli bagnò la guancia e quel sorriso amaro tornò sulle sue labbra, la baciai
-xkè mi hai fatto questo? Xkè mi hai fatto conoscere l’amore? Ora conosco la persona squallida che sono e nn mi piaccio………..- le lacrime nn cessavano di cadere, nn riuscivo a fermarle – senza di te sarò sempre quella persona – inghiottii tentando di mandare via il nodo alla gola che nn mi faceva respirare – nn mi lasciare – implorai sussurrando - nn mi lasciare
Quel ricordo mi tormenta notte e giorno, odio pensarci xkè fa ancora troppo male, ma nn riesco a fermarlo, continua a scorrermi davanti come un film
I 5 giorni che restarono li passai con lei all’ospedale, l’unico parente era sua madre, una donna distrutta dal dolore.
Fui costretto a partire tentando di annullare alcuni impegni, e x quei 4 giorni che fui lontano nn feci altro che avere paura di tornare e nn trovarla +, nn volevo vederla morire, ma nn volevo che morisse senza di me…e lei mi aspettò, aspettò che tornassi xkè voleva dirmi addio
-sono così stanca – sussurrò
Le accarezzai la fronte, il volto pallido e smagrito, gli occhi segnati dalla malattia, nonostante tutto riuscivo a vedere solo quanto fosse bella, che cosa avrei fatto dopo averla persa? Cercai di trattenere le lacrime, dovevo farle forza, ma nn ci riuscivo a nn piangere, era tutto troppo orrendo
-mi piacerebbe fare quella foto con te…adesso
-nn so se riuscirei a ridere – scherzai macabramente – sicura che poi nn cambi idea?
-è l’ultima cosa che farò – annunciò
Mi paralizzai, sentii il gelo nelle ossa, vidi la madre serrare le mascelle e spalancare gli occhi colmi di terrore, guardò la figlia che la ricambiò supplichevole…avrebbe avuto la sua foto.
Presi posto accanto a Viola sul letto, l’aiutai a sedersi e l’abbracciai, sua madre si posizionò con la macchinetta comprata due minuti prima, e che avrebbe usato x fare solo quella foto, tentai di sorridere, ma nn ci riuscivo, le lacrime scendevano copiose ad appannarmi la vista
-ti prego sorridi – mi chiese
La guardai, e poi tornai con lo sguardo verso l’obbiettivo, sorrisi tra le lacrime, la foto fu scattata nell’attimo in cui l’ultimo soffio di vita abbandonava la mia Viola.

Vorrei che piovesse, vorrei che piovesse a dirotto, che la pioggia scendesse giù a martellarmi il corpo con gocce pesanti di quelle che ti ammaccano le ossa, vorrei che piovesse xkè almeno nn dovrei nascondere le mie lacrime, potrei piangere e nessuno ci farebbe caso, vorrei che piovesse come quella volta che abbiamo fatto all’amore, senza tuoni ne fulmini, xkè è così che mi sento dentro, solo pioggia, e allora chiudendo gli occhi mi immagino l’acqua scendere giù a dirotto, che mi bagna e mi porta via questo dolore così forte che mi lacera la carne, ho deciso che nn riderò più, mai più, il destino ha deciso che l’unico sorriso lo regalassi a lei e a nessun altra, lo ha preso e se l’è portato via proprio come qualcun altro si è preso la sua vita.
Ora me ne vado xkè nn ha + senso restare, sulla sua tomba ho piantato una violetta, sboccerà tutti gli anni a primavera, io andrò avanti, vivrò la mia vita senza di lei, tutti i giorni di tutti gli anni che mi aspettano…tutti tranne un solo giorno l’anno, xkè in quel giorno io sarò con lei a scattare la foto.

FINE